Me lo chiedo anch’io, e non sono il solo.
In realtà, dopo l’oro olimpico di Parigi 2024, la risposta mi è sembrata ovvia, e ora questo Mondiale femminile è solo la ciliegina che conferma tutto.
Lo chiamano per rimettere in piedi una nazionale italiana femminile che era un disastro, non tanto per i mancanti ori, ma per quei drammi fuori, le liti tra l’ex ct e Paola Egonu che facevano notizia ovunque, pure per chi del volley conosce solo la palla che vola oltre la rete.
In un niente, risolve tutto: unisce le ragazzine piene di energia con le veterane come Monica De Gennaro e Miriam Sylla, crea un legame di gruppo fortissimo, e tac, Olimpiadi, Mondiale, due Nations League in un soffio.
Sembra roba da film, nel calcio italiano impossibile, ma con Velasco è come se fosse la norma, quasi banale.
In fondo, è lo stesso uomo che negli anni ’90 ci ha fatto innamorare con la “Generazione dei Fenomeni” maschile, quei ragazzi con “gli occhi della tigre”.
Con le donne ha chiuso il cerchio con l’oro olimpico che i maschi non ebbero mai, e ora Mondiali vinti con entrambi i sessi.
Ma Julio Velasco non ha vinto solo con le nazionali italiane.
A Modena, negli ’80, ha eretto un regno con quattro Scudetti uno dietro l’altro; in Iran ha preso un mucchio di talenti grezzi e li ha trasformati in re asiatici; e in Argentina, la sua terra, ha festeggiato un oro panamericano che aveva il sapore del ritorno a casa.
Julio Velasco: cosa c’è dietro a questo mago del volley?
La sua magia è adattarsi, reinventarsi, restare sul pezzo dopo 50 anni di panchina.
È un viaggiatore che non ha paura di esplorare terre sconosciute, osando anche lavorare in altri sport.
Nel calcio, per esempio, prima con la Lazio di Cragnotti, poi all’Inter di Moratti e Lippi, curando la forma fisica e lo spogliatoio.
Avventure brevi e movimentate – il calcio, con i suoi ego e i suoi intrighi, non era proprio il suo habitat – ma gli hanno insegnato una lezione preziosa: dagli errori si impara, e gli errori sono il sale della vita, come dice spesso.
E quando pensi alla vita di Velasco, all’Argentina, a quegli anni ’70 turbolenti, ti viene in mente inevitabilmente un altro grande argentino: Diego Armando Maradona.
Non è un caso.
Entrambi sono figli di un paese difficile, temprati dalla dittatura, dai desaparecidos, da una fame di rivincita che ti segna dentro.
Diego ha portato un Mondiale sulle spalle da solo con il suo genio; Julio ne ha vinti diversi da mente, tenendo uniti talenti per creare un collettivo perfetto.
Sono due lati della stessa moneta: il talento selvaggio che incontra il saggio, e insieme fanno la storia.
Così come Diego, anche l’esperienza extra campo è stata fondamentale per Velasco, lui che si è rimboccato le maniche in lavori qualunque per inseguire il suo sogno. Sa cosa vuol dire lottare sul serio, e quel fuoco lo infonde alle sue squadre, ogni volta.
Ora, a 73 anni, non è più quel vulcano urlante degli anni ’90, pronto a sbranare arbitro e giocatori.
È diventato il nonno gentile, che con un sorriso e due parole calme rassicura le sue “nipoti”, capendo che oggi le atlete vogliono ascolto, non solo sudore.
E le esorta a provare, accettando l’errore.
Non stupisce che lo cerchino per consulenze in aziende da capogiro o per lezioni di leadership nelle università più prestigiose.
La gestione del gruppo è il suo vero talento, che prescinde dalle vittorie.
Julio Velasco ha capito da cinque decenni che lo sport è uno specchio della vita, con le sue salite e discese.
Per me, sì, è il re indiscusso.


