Israele-Italia. Quando lo sport ignora le tragedie

Stasera c’è Italia contro Israele, e non può essere una partita qualunque.
È una di quelle che ti fa venire i brividi, non per il valore agonistico del match, fondamentale per consolidare il secondo posto nel girone e per avvicinarci alla Norvegia nelle prossime gare, ma per il peso umano enorme che porta con sé.
Da una parte, c’è chi dice: “Ehi, i ragazzi in campo sono solo calciatori, che c’entrano le azioni dei governi? Loro giocano e basta”.
Dall’altra, chi ribatte: “Aspetta un attimo, lo sport non è apolitico. Se fuori dal campo c’è un dramma umano, non puoi far finta di niente”.
I latini dicevano “in medio stat virtus”, la virtù sta nel mezzo.
Ma qui, onestamente, il mezzo sembra sbilanciato.
Guardiamo al trattamento che la Russia subisce da tre anni a questa parte.
Dopo quello che è successo in Ucraina, UEFA, FIFA e Comitato Olimpico hanno chiuso le porte in faccia a tutti: atleti, squadre, nazionali.
Niente bandiera, niente inno, e in certi sport nemmeno la possibilità di gareggiare in competizioni internazionali.
E Israele? Stessa accusa di violare regole internazionali, lo stesso tipo di invasione di spazi altrui, con civili che muoiono a migliaia, bambini inclusi.
Tante similitudini, reazioni completamente opposte.
In sostanza, niente di paragonabile alle sanzioni nei confronti dei russi. The show must go on.

Israele-Italia di questa sera in casa “dell’autoritarismo”

La partita Israele-Italia di stasera non si gioca in Israele ma a Debrecen, in Ungheria, tanto per non togliere ai giocatori israeliani la possibilità di giocare in un Paese che ha preso la strada dell’autoritarismo, e che da due anni ospita le “partite in casa” israeliane per motivi di sicurezza.
Si gioca, così come si giocherà il ritorno a Udine, nonostante l’appello di migliaia di persone che hanno firmato petizioni online contro lo svolgimento della partita, cittadini che vogliono che si sospenda Israele dalle competizioni, non per odio verso i giocatori, ma per un senso di giustizia.
Non sono i soli: alcuni allenatori italiani, a partire da Renzo Ulivieri, hanno scritto lettere accorate ai capi della federazione: “Non è solo un gesto simbolico, è una questione di coscienza”.
Anche la politica è intervenuta, con molti parlamentari del centrosinistra che hanno chiesto di non giocare.
Il CT della nazionale italiana, Gennaro Gattuso, è stato invece molto cauto, troppo, dicendo sostanzialmente che fa male al cuore vedere innocenti soffrire, soprattutto i più piccoli, ma tocca giocare per andare ai mondiali.
Permettere ad alcuni atleti di non gareggiare è una scelta difficile, e non può non dispiacere, anche perché non è detto che un atleta condivida le posizioni del proprio governo.
Ma ciò che è indiscutibile è che non si può ignorare il confronto con il passato.
Oltre alla Russia, ricordate il Sudafrica dell’apartheid? Bandito dal CIO, isolato da tutti, eppure quel boicottaggio ha aiutato a far cadere un sistema marcio. O la Jugoslavia negli anni ’90, esclusa per le guerre nei Balcani.
Per Israele, le denunce non bastano, tipo quelle dei calciatori palestinesi che accusano di aver inserito club degli insediamenti illegali nei tornei israeliani, violando pure le regole FIFA.
Ricordiamo, inoltre, che uno dei giocatori simbolo, il “Pelé della Palestina” Suleiman al-Obeid, è rimasto ucciso in un attacco israeliano mentre era in fila per gli aiuti umanitari.
E tanti altri atleti sono stati uccisi o feriti. Tutto ciò sembra impunibile.
Insomma, quello che fa rabbia è soprattutto la discriminazione.
Perché a loro è permesso tutto mentre gli altri vengono puniti?
Ma in fondo è geopolitica, ragazzi: chi ha alleati potenti passa liscio.
Aver scelto di non punire Israele non vuol dire che lo sport è apolitico, anzi.
I suoi organi hanno preso una decisione politica, e anche piuttosto chiara.
Pensavamo che i vari comitati sportivi internazionali sarebbero stati portatori di certi valori, ma ad oggi sembrano solo burattini di chi ha più potere.
Lo sappiamo, le battaglie sono altre.
Ce lo dicono loro, è la pirateria che uccide il calcio, non l’insensibilità verso ciò che accade nel mondo.

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MemeNapoli (Social Talk Tv) è il collettivo di tifosi del Calcio Napoli ed appassionati di calcio, nato nell’estate del 2022 da un’idea di (in ordine sparso) Matteo Sorrentino, Vittorio La Sala, Matteo Biccari e Vincenzo Salerno che, con l’ingresso in corso d’opera nel “Direttorio del Collettivo” di Enrico Nappi, utilizzando la piattaforma Twitter, oggi X, ha iniziato ad aggregare amici e tifosi del Napoli.…

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