Cari amici di Napoli Network,
oggi mi sono imbattuto in un vostro articolo, scritto dal bravo Vincenzo Barretta, che mi ha lasciato qualche perplessità. In particolare, una frase mi ha colpito: “Come se poi il Viola Park portasse la Fiorentina in UCL”.
Ma non solo.
Vorrei ragionare con voi sui punti dell’articolo, partendo da una riflessione più ampia sulla nostra squadra e sul suo futuro.
Considero Napoli una piazza di altissimo livello, superiore a realtà come Fiorentina o Udinese, per ragioni evidenti.
Spero anche voi.
Il Napoli è l’unica grande squadra del Sud Italia, rappresenta la terza città italiana per popolazione e ha una tifoseria sparsa non solo in Italia, ma in tutta Europa.
Sono d’accordo, paragonare Napoli a Firenze o Udine è, a mio avviso, fuorviante.
Anzi, il divario dovrebbe essere ancora più netto.
Ma per fare confronti equi, dobbiamo considerare i punti di partenza e gli obiettivi di queste realtà.
Per l’Udinese, restare stabilmente in Serie A, grazie ad un eccellente scouting, è già un successo straordinario, non misurabile necessariamente in trofei.
Inoltre, una città piccola come Udine è stata in grado di ospitare una finale europea grazie alla volontà della società di puntare su uno stadio moderno.
Noi non sappiamo se riusciremo ad ospitare una partita dei gironi agli Europei del 2032.
Firenze, pur essendo una piazza più grande di Udine, rimane di seconda fascia rispetto alle big storiche, ma sta vivendo una crescita costante, con qualificazioni europee regolari e un miglioramento della rosa.
Quanto al Viola Park, i suoi effetti si vedranno solo tra qualche anno: un settore giovanile non si costruisce in tre o quattro stagioni, ma richiede almeno un decennio.
In ogni caso, paragonarsi a queste società significherebbe sminuire il valore del Napoli.
Dovremmo piuttosto confrontarci con le grandi città europee e i loro club, senza nasconderci dietro analisi che evidenziano il netto distacco in termini di strutture giovanili, ricavi da stadio e sponsor.
La differenza con queste realtà è evidente, ma è proprio questo il traguardo a cui dobbiamo ambire.
Torniamo, dunque, al nostro Napoli.
Perché si parla tanto di centro sportivo e stadio?
Perché si parla tanto di centro sportivo e stadio? Non è solo una fissazione dei tifosi, ma una necessità sottolineata da chi guida la società: il Presidente e gli allenatori.
Ricordate il Trofeo Gamper del 2011?
Oltre alla rovesciata di Cavani, porto con me le parole di Aurelio De Laurentiis: “Il Barcellona è un esempio di calcio e organizzazione. Studierò i loro meccanismi, soprattutto per il settore giovanile. Il nostro modello è la Cantera, e faremo di tutto per creare la nostra Scugnizzeria”.
Quelle parole sembravano un’urgenza, un progetto ambizioso.
Eppure, dopo 14 anni, siamo ancora fermi a un’opzione d’acquisto su un terreno a Succivo.
Non esattamente ciò che immaginavo nel 2011 o ciò che era stato promesso qualche mese fa.
Lasciando queste “sottigliezze”, non è solo il Presidente a parlare dell’importanza delle strutture.
Gli allenatori internazionali che hanno guidato il Napoli hanno più volte evidenziato la necessità di un centro sportivo moderno e di un settore giovanile all’altezza.
Rafa Benitez, costretto a girare per le province di Napoli e Caserta per seguire i giovani, aveva persino stilato un business plan per restare, puntando sul settore giovanile e su un centro sportivo moderno.
Di recente, Antonio Conte ha ribadito lo stesso concetto.
Quando parla di un De Bruyne che deve “immergersi nella realtà di Castel Volturno”, non si riferisce solo all’adattamento alla rosa, ma anche alle condizioni del centro sportivo.
Le strutture non sono dettagli: sono elementi che attraggono giocatori e allenatori.
Pensiamo a Luis Enrique.
Secondo diverse fonti, avrebbe rifiutato Napoli anche per la lontananza e le condizioni del centro sportivo.
Non siamo noi tifosi a vivere Castel Volturno ogni giorno, ma i giocatori e gli allenatori sì.
È impensabile che non tengano conto di questi aspetti.
Del resto, un centro sportivo e uno stadio moderno non sono solo infrastrutture: sono parte del brand di una società. Napoli non può essere considerato un top club solo quando vince uno Scudetto o arriva un allenatore come Conte.
Deve essere desiderabile anche con tecnici come Rudi Garcia o Gattuso.
Fino ad ora, i top player sono arrivati soprattutto con grandi nomi in panchina: Conte, Spalletti, Ancelotti, Benitez.
Ma il Napoli non può dipendere esclusivamente dal prestigio dell’allenatore.
Parliamo anche di numeri e della situazione del bilancio del Napoli
Parliamo anche di numeri, visto che nell’articolo si citano gli sponsor.
L’ultimo bilancio mostra una crescita del 15% dai ricavi da sponsor e del 38% dal merchandising, e questi dati sono destinati a migliorare.
Il Napoli è in crescita, è obiettivo, ma i dati non sono paragonabili ai ricavi di altre squadre di Serie A ed europee.
Inoltre, i diritti televisivi, in particolare quelli della Champions League, rappresentano ancora oggi il 50% delle entrate televisive, circa 70 milioni di euro, pari peraltro alla totalità dei ricavi da sponsor, commerciali e royalties, e oltre il 20% dell’intero fatturato.
La Champions è ancora troppo fondamentale per i ricavi del Napoli.
È sbagliato pensare che il Napoli possa vincere uno Scudetto ogni volta che salta due qualificazioni in Champions League. Le qualificazioni ottenute negli anni di Sarri hanno permesso di accumulare risorse significative, e il terzo Scudetto è arrivato grazie alla ritrovata qualificazione in Champions nel primo anno di Spalletti e alla sua straordinaria gestione tecnica, che ha compensato la netta riduzione degli ingaggi dovuta alla mancata partecipazione alla Champions nei due anni precedenti, aggravata dall’impatto del Covid.
Lo si vede anche in una delle prime scene del film sul terzo Scudetto, quando De Laurentiis dice a Giuntoli che bisogna ridurre gli ingaggi.
Non possiamo affidarci sempre a momenti di grazia: il Napoli, come altri club, può permettersi di saltare due anni di Champions, ma solo se i ricavi arrivano in modo costante da altre fonti.
Per garantire un futuro competitivo, il Napoli deve dunque accrescere il proprio patrimonio attraverso tre priorità: un centro sportivo moderno, un settore giovanile capace di produrre talenti vendibili a cifre elevate e in grado di sostituire i giocatori della prima squadra, anche per questione di lista, e uno stadio in grado di generare ricavi paragonabili a quelli dei principali club europei.
Investire sulle giovanili? un passaggio cruciale
Con un calcio italiano sempre più povero, investire nelle giovanili diventa cruciale, ma non lo abbiamo capito.
Lo è ancora di più per il Napoli, che ha visto talenti della propria terra, come i fratelli Esposito, approdare a Juventus o Inter, o addirittura in realtà più piccole come Empoli.
La lista di giocatori napoletani andati altrove, purtroppo, è lunga.
Per quanto riguarda lo stadio, non si tratta di competere con colossi come Real Madrid, Barcellona o le big inglesi, ma di allinearsi almeno a realtà più vicine alla nostra, come Borussia Dortmund e Olympique Marsiglia.
Nel 2024, il Dortmund ha incassato quasi 100 milioni di euro dal suo stadio, mentre il Marsiglia circa 70 milioni, pari a oltre il 20% del loro fatturato.
Al contrario, lo Stadio Maradona non ha superato i 30 milioni, meno del 10% del fatturato del Napoli. Non possiamo giocare in una struttura vecchia, con posti limitati e incassi legati esclusivamente alle partite.
È evidente che questo aspetto rappresenta una priorità per chi vuole trasformare il Napoli in un top club, capace di competere stabilmente senza dipendere solo dalla qualificazione in Europa o dalla presenza di un grande allenatore.
Chi ha a cuore questi temi non vuole il male del Napoli, ma desidera che i progetti della società stessa si realizzino, perché costruire significa elevare il nostro status e vincere altri trofei, così da non dover prendere in giro Udinese e Fiorentina ma società più forti.


