Sabato sera lo stadio Maradona sarà pieno, come nell’ultimo Napoli Cagliari che ha sancito la vittoria del quarto scudetto azzurro.
Il tutto esaurito allo stadio, che sembra ormai diventare la regola della stagione, avviene nonostante i prezzi siano altissimi.
È un fenomeno che, a prima vista, appare contraddittorio: il potere d’acquisto degli italiani continua a calare, ma i biglietti aumentano e gli stadi si riempiono più che in passato.
Pagare 45 euro per un posto in curva in una sfida come Napoli Cagliari oggi è normale, ma dieci anni fa con quella cifra si entrava in Tribuna Posillipo e la curva non costava più di 10-15 euro.
Forse nemmeno Aurelio De Laurentiis, che per anni aveva immaginato stadi virtuali e più piccoli nel solco del suo visionismo, lo avrebbe potuto prevedere.
Oggi le società non pensano più a ridurre ma a ingrandire gli impianti, e lo vediamo soprattutto all’estero: in Spagna e in Inghilterra, tra ristrutturazioni e nuove costruzioni, da Manchester a Barcellona ogni club investe in strutture sempre più moderne.
La Premier League, che da tempo è il campionato più seguito al mondo, unisce il fascino dei campioni ai suoi stadi avveniristici.
Colpisce che lo stesso trend sia arrivato anche in Serie A, pur con rose meno competitive a livello europeo e impianti che non reggono il confronto con quelli stranieri.
Ciò nonostante, il pienone è quasi ovunque.
Le proteste, soprattutto social, non mancano: i romanisti hanno contestato i prezzi della trasferta a Pisa, così come qualche napoletano aveva criticato le tariffe di Reggio Emilia o di alcune gare casalinghe.
Ma rispetto al passato è cambiato il rapporto di forza, se un tempo le curve potevano boicottare e fare la voce grossa, come nelle proteste per i 40 euro chiesti per una curva del San Paolo in una sfida contro il Milan, oggi alla fine ogni settore si riempie comunque.
Perché? Proviamo a dare qualche piccola spiegazione.
Innanzitutto il Covid: due anni e mezzo senza stadio, o con capienze ridotte, hanno riacceso il desiderio di tornare a vivere dal vivo il calcio. Poi c’è la televisione: con gli abbonamenti di Dazn e Sky che costano sempre di più, molti tifosi preferiscono spendere la stessa cifra per un biglietto piuttosto che guardare la partita da casa.
C’è anche un fattore sportivo: non domina più una sola squadra come la Juventus degli anni 2010, ma la corsa allo scudetto è tornata a coinvolgere più club, dal Napoli al Milan passando per l’Inter. Non dimentichiamoci neppure il fattore Mourinho a Roma. Quest’ultimo fenomeno si collega necessariamente ad un altro: il fenomeno social, forse il più importante. Oggi lo stadio è diventato un luogo “instagrammabile”, non si va solo per tifare, ma anche per dimostrare di esserci stati, per condividere una foto o un video sui social.
È nato un vero e proprio turismo calcistico, soprattutto nelle grandi città come Roma e Milano.
Il risultato coinvolge anche Napoli, che con il suo Maradona oggi è più pieno di 15 anni fa, ma non per questo più caldo: se una volta era lo stadio delle voci delle due curve, oggi rischia di essere lo stadio delle luci dei telefoni.
Se la legge del mercato la fa da padrone, e rende debole qualsiasi protesta, il pericolo è quello di inseguire solo i tifosi turisti, dimenticando chi allo stadio ci va da sempre.
Se i prezzi continueranno a crescere senza un vero investimento nelle infrastrutture e senza un legame forte con il pubblico locale, il boom potrebbe rivelarsi temporaneo.
Perché ogni fenomeno, anche il più luminoso, prima o poi è destinato a cambiare.


